STRONCATURE
di Aristo Gitone
“Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…” A mezzogiorno di ogni venerdì – l’ultima ora dell’ultimo giorno della settimana – al liceo ci toccava sorbirci un capitolo dei Promessi Sposi. Fuori scoppiava il ’68, fioriva il libero amore, si allestiva il divorzio, e noi facevamo i conti con la penosa noia del matrimonio.
Noi delle ultime file ce me stavamo attenti e concentrati con gli occhi sul testo, ma al posto del capolavoro di Manzoni, sul banco avevamo Linus, la rivista di comics in voga a quei tempi. Una delle mie strip preferite era B.C., parodia preistorica della civiltà moderna. Epica la gag “dell’inventore” e della sua prodigiosa scoperta della ruota triangolare che, “rispetto a quella quadrata eliminava un sobbalzo”.
“Gitone, parlami di Don Abbondio e Carneade”. Il problema sorgeva durante l’interrogazione. “Don Abbondio… Chi era costui?” Diciamolo con franchezza, chi può pretendere che un povero diciottenne arrapato passi il weekend ad ingoiare l’olio di ricino di un mattonazzo di settecento pagine? Esistono limiti alla umana sopportazione e alla virtù del sacrificio!
Manzoni avrà pur sciacquato i panni in Arno, ma non è un buon motivo per sciacquare in sovrappiù il mio cervello, con l’inquinamento fluviale che ci perseguita. E così, ho maturato un consapevole e dignitoso odio per tutta la combriccola lacustre del romanzo – eccenzion fatta per i Bravi, che meritavano il mio plauso – e per il suo venerando autore.
Solo in maturità le passioni si sono affievolite e ora sono in grado di proporvi una recensione serena ed equilibrata del romanzo. Ditemi cosa ne pensate.

